La fabbricazione della coppa diatreta

Come venissero prodotte le coppe diatrete è tutt’altro che certo.

La prima ipotesi risale al XVIII secolo e fu elaborata da Johann Joachim Winckelmann.

Egli immaginò che i vetri diatreti fossero realizzati partendo da un vaso di notevole spessore (fuso o più probabilmente soffiato) dal quale venivano asportate le parti superflue, creando un reticolo attaccato alle pareti solo per mezzo di sottili ponti. L’ipotesi di Winckelmann è stata più volte contestata nei due secoli successivi perché ritenuto un procedimento troppo complesso per essere verosimile.

Negli anni Trenta del secolo scorso, però, Fritz Fremersdorf ha rivalutato l’ipotesi del Winckelmann, ed inoltre, analisi effettuate al microscopio negli anni ’60 su un frammento ritrovato a Corinto sembravano confermare la correttezza di questa teoria.

Secondo Fritz Fremersdorf questi calici venivano realizzati colando più strati colorati di vetro in uno stampo. Successivamente, con un fine lavoro di intaglio, si otteneva la decorazione a rilievo.

Chi ha sperimentato questa tecnica al giorno d’oggi, però, ha sì ottenuto diatrete perfette, ma impiegando diversi giorni e solamente con l’utilizzo di strumenti sofisticatissimi non disponibili in epoca romana.

Appare infatti necessario l’impiego di trapani ad elevato numero di giri e mole idonee a limare e lucidare il vetro, cosa che oggi si ottiene con apparecchi a motore elettrico o pneumatico.

È possibile che alcune diatrete siano comunque state realizzate per lavorazione dal blocco pieno, o perlomeno da una coppa di grosso spessore con asportazione lenta di frammenti.

Rosemarie Lierke, invece, sostiene che si tratti di vasi a doppia parete costruiti con la costruzione e la fusione di due parti diverse. Questa tecnica sembrerebbe quella che meglio spiega la produzione delle officine del Reno che hanno prodotto le diatrete con ornamenti ad anelli, sul tipo di quella di Milano.

La tecnica è spiegata nel sito della sperimentatrice, che ha effettuato numerosi esperimenti di fusione e ricostruzione di queste coppe, che consigliamo di visitare:

http://www.rosemarie-lierke.de/English/Cage_Cups/cage_cups.html

Una sintesi del processo costruttivo si trova anche in: “Filippo Brandolini – Università degli Studi di Milano – Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici. La produzione vetraria nella Gallia Belgica”. Questo documento è scaricabile gratuitamente dalla rete (con registrazione) al sito:

https://www.academia.edu/4311347/Produzione_Vetraria_della_Gallia_Belgica

La Lierke ha avanzato le sue perplessità riguardo alla tesi proposta da Winckelmann e Framersdorf, specialmente perché anche con gli strumenti disponibili al giorno d’oggi si è rivelata un’impresa ardua e lunga tentare di riprodurre una coppa diatreta secondo il metodo dell’intaglio e dell’esportazione di parti superflue di vetro. Proprio su questo punto si basano le obiezioni della studiosa tedesca.

Con gli strumenti disponibili in antichità era (quasi?) impossibile intagliare una coppa diatreta secondo la teoria proposta da Winckelmann e sostenuta da Framersdorf.

La Lierke ha fatto notare come i ponticelli che sostengono la gabbia delle coppe diatrete, sottilissimi e fragili, non possono essere il risultato di un intaglio perché non presentano tracce di simili lavorazioni.

Le diatrete secondo questa studiosa e sperimentatrice non sarebbero state coppe a spesse pareti intagliate ma vasi a doppia parete.

Il procedimento proposto dalla studiosa tedesca prevedeva l’inserimento di vetro fuso dentro uno stampo montato su una piattaforma girevole. Quando il vetro era stato fatto aderire alle pareti dello stampo veniva inserita dal vetraio un matrice forata composta di gesso e polvere di quarzo.

Una volta che anche questa matrice cava aveva aderito al precedente strato di vetro ne veniva colato un altro. Il secondo strato veniva pressato contro la matrice così che il vetro fuso della seconda colata si fondesse con quello della prima passando attraverso i fori della matrice, quelli destinati a creare i ponticelli.

Il risultato era una coppa a doppia parete con intercapedine e ponticelli di raccordo ottenuti per fusione entro matrice. Il materiale tra i due diaframmi poteva poi essere facilmente estratto perché l’impasto di gesso e polvere di quarzo a contatto con il vetro fuso diventa estremamente fragile e facilmente removibile.

Le operazioni di rimozione erano senz’altro delicatissime vista la fragilità dei ponticelli, ma la ipotesi della Lierke, peraltro verificata con esperimenti pratici, chiarirebbe molti dubbi riguardo le diatrete prodotte in epoca romana. Per esempio secondo questo procedimento si spiegherebbe l’assenza di tracce di lavorazione che invece bisognerebbe rilevare in caso di incisione e intaglio e perché alcuni ponticelli che sorreggono la gabbia risultano più corti di altri.

Per godervi una splendida serie di coppe diatrete CLICCATE QUI e leggete il post che abbiamo dedicato a queste opere delicatissime e uniche al mondo!

C.R. 2018


 

Ti è piaciuto questo articolo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *